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Sul metodo / Sui metodi. Esplorazioni per le identità del design

Che senso ha, oggi, proporre una discussione sulle metodologie? La domanda prende spunto da una considerazione sul design contemporaneo, sui cambiamenti negli assetti socio-economici e tecnologici e le loro ricadute sulla professione. (E di conseguenza sulla natura della formazione che l’università deve impartire e della ricerca che deve promuovere.)

Mai come oggi, nel pieno del successo planetario del design, della moltiplicazione delle scuole di design, della celebrazione di designer-stars, la disciplina mi è parsa fragile e incerta, sia sul piano della professione sia su quello della ricerca. Nell’ambito della professione, sembra che gli elementi di maggiore novità siano il design thinking e il co-design. Entrambi si riferiscono ai peculiari metodi di lavoro del designer, che da sempre ha il compito di coordinare i diversi elementi del processo di progettazione e realizzazione dei prodotti, dei servizi, dei sistemi; che procede secondo un modus operandi che tiene conto di tanti fattori (per ottenere la soddisfazione sia dell’azienda sia dell’utente); che lavora a fianco a fianco con altre persone (manager, tecnici, maestranze, altri “creativi”…) in maniera collaborativa. Quale sarebbe la novità? Come si legge da uno dei tanti siti al riguardo: il design thinking aumenta “la capacità di prendere decisioni efficaci e redditizie, creando condivisione e ‘benessere’ per tutti i suoi stakeholder… Lo fa insegnando ai team aziendali a sviluppare il pensiero creativo, sul modello di quello del designer ed a utilizzare un approccio alla soluzione dei problemi ispirato al metodo scientifico utilizzato nella ricerca”. E ancora: “le tecniche partecipative, coinvolgendo direttamente gli utenti, rendono più fluidi e veloci i processi permettendo una maggiore competitività sul mercato”. In realtà design thinking e co-design sono metodologie manageriali, nuovi strumenti per fare impresa e di rapportarsi ai propri clienti, che prendono a prestito le metodologie del design. Per di più nell’usare i metodi progettuali, operativi e di pensiero del design, ne adottano quello che chiamerei il “modello standard”, ossia quello messo a punto dalla metà del secolo scorso!

Allora furono stabiliti i fondamenti metodologici della disciplina, soprattutto per quanto riguarda l’approccio scientifico alla progettazione. Riprendo qui qualche, incompleto, riferimento storico: l’elaborazione fondativa alla Hochschule für Gestaltung (HfG) di Ulm; la Conference on Design Methods, organizzata da John Christopher Jones e da D.G. Thornley in Gran Bretagna nel 1963; la pubblicazione nel 1964 di Systematic Methods for Designers di Bruce Archer, direttore della Design Research Unit al Royal College of Art; la costituzione all’University of California di Berkeley nel 1967 del Design Methods Group (DMG); nello stesso anno il Design Methods in Architecture Symposium organizzato a Portsmouth da Geoffrey Broadbent e Anthony Ward; l’uscita nel 1968 del libro di Herbert Simon, The Sciences of the Artificial, e nel 1970 di Design Methods dello stesso John Christopher Jones. A partire dagli anni Ottanta, il tema ha perso centralità, ma ha continuato a fare da sfondo al ricco dibattito sulla disciplina del design, che ha avuto come protagonisti R. Buchanan, C.T. Mitchell, V. Margolin, K. Friedman, N. Cross, T. Love, A. Findeli e altri ancora, compresi alcuni designer (anche se non con la frequenza che ci si sarebbe potuta aspettare). Per una rassegna più ragionata, invito a leggere il saggio di Nigan Bayazit, Investigatin Design: A Review of Forty Years of Design Research, nel numero 1 del 2004 di “Design Issues”.

Gran parte dei contributi citati, così come gli studi, numerosi e sempre più perspicui, dagli inizi degli anni 2000, sono concentrati soprattutto a discutere la ricerca in design in relazione con la costruzione teorica della disciplina e a individuare metodologie appropriate per il progetto, sia nella sua versione operativa, sia in quella sperimentale e nella “ricerca progettuale”. (Il tema sulle teorie disciplinari è stato al centro della discussione nel seminario Continutà/Discontinuità/Trasformazione nella precedente edizione di Frid del febbraio 2016, che si può leggere oggi nel volume degli atti, Fare ricerca in design, Il Poligrafo, Padova 2016).

Viceversa, almeno così mi pare, non c’è stata un’analoga diffusa attenzione verso la ricerca di design in quanto tale e verso i suoi metodi. Forse la ragione è che il design è stato percepito per molto tempo come una disciplina progettuale, ma non come una disciplina accademica a tutti gli effetti. Sta di fatto che la ricerca in design, mentre ha continuato a mettere a fuoco i problemi e gli ambiti sui quali applicarsi, per quanto riguarda i metodi di lavoro li ha presi a prestito da altre discipline, con l’adozione di metodi propri della semiotica, dell’economia, del marketing, della psicologia, dell’ergonomia, della storia dell’arte e dell’architettura. Questo passaggio è del tutto normale nelle fasi di formazione di una disciplina. Negli anni Cinquanta e Sessanta metodi riconducibili all’ambito scientifico, alle ingegnerie, alla ricerca sistematica, alle matematiche furono rielaborati e ripensati in chiave fondativa (pensiamo all’uso della simmetria, della topologia, della psicologia della percezione negli esercizi di basic design a Ulm, all’elaborazione del progetto come fenomeno processuale e non puntuale ecc.). Ora mi pare invece di avvertire una certa passività da questo punto di vista. Quando si parla per esempio di ricerca “user centered”, di “ricerca etnografica”, di “ricerca qualitativa”, in che cosa l’approccio del design si differenzia da quello delle discipline di partenza? Quale contributo originale, in termini di teorie o strumenti, il design ha portato a quei metodi, modificandoli e aggiornandoli?

Ovviamente in questi anni di ricerca se n’è fatta, e molta. Ne sono una testimonianza i convegni internazionali promossi da associazioni di design (come quelli realizzati da The Design Society o dalla Design History Society) e da istituzioni educative (come il convegno Design Plus Research al Politecnico di Milano, 18-20 maggio 2000, il primo in Italia con caratteristiche simili agli omologhi internazionali. E il 12-14 aprile 2017 si terrà all’Università di Roma “la Sapienza” la dodicesima conferenza dell’European Academy of Design, dal titolo Design for Next). Queste occasioni “globali” hanno il merito di aver allargato positivamente la comunità di studiosi e ricercatori, aprendo ai più vari temi di ricerca sviluppati nei diversi contesti e ad approcci non “anglo-centrici”. Tuttavia, lo confesso, negli ultimi tempi questi incontri planetari mi paiono sempre di più una liturgia ripetitiva (pensate al rosario di parole chiave, rimescolate ma sempre uguali, sulle quali i ricercatori sono chiamati a confrontarsi) e auto-celebrativa, dalla quale alla fine è difficile estrarre elementi utili, sintetizzare proposte significative e condivisibili. Come se la “disseminazione” (o meglio, il mito della disseminazione che circola nei format della ricerca internazionale) sia di per sé sufficiente a garantire che le idee, oltre a circolare, producano risultati.

Ecco dunque perché la proposta di tornare a parlare di metodi. Al plurale. Non certo per rincorrere modelli normativi, ma per esplorare attraverso la ricerca che si fa i diversi modi di ricercare nei vari contesti e individuare le sfaccettature nelle quali si mostra oggi la nostra disciplina. Proprio perché siamo di fronte a un design dai contorni sempre più sfuggenti, sentiamo necessario lasciarci alle spalle le acrobazie che hanno contraddistinto la prima fase della ricerca in design, per concentrarci su una ricerca finalizzata a produrre nuova conoscenza nel campo del design e del progetto. Per questo chiediamo ai dottorandi e ai giovani ricercatori non di raccontarci la ricerca che stanno facendo, sulla base di parole chiave più o meno aggreganti, ma di dirci come la stanno facendo, come scelgono gli strumenti, come li usano, come li adattano al proprio percorso. In aggiunta, chiediamo di raccontarci in che cosa, a loro parere, il particolare approccio adottato può essere condiviso dalla comunità scientifica, sia come incremento della conoscenza collettiva e innovazione nella ricerca in design, sia come una base dalla quale sviluppare successive indagini, consentendo così a quelli che verranno dopo di non ripartire da zero. Con questa edizione di FRID 2017 proveremo dunque a capire, tramite la ricerca e le sue pratiche, come il design può fissare i propri presupposti, il proprio campo di azione e, appunto, i propri metodi di lavoro. Metodi che siano rigorosi, coerenti e precisi, ma al tempo stesso duttili e aperti di fronte alle trasformazioni di un mondo tanto diverso da quello della metà del secolo scorso.

Raimonda Riccini
Coordinatrice curriculum Scienze del design
Scuola di dottorato dell’Università Iuav di Venezia

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